Assunto come bidello con un diploma falso, dovrà risarcire il Ministero

Matteo
Di Matteo
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Un uomo di 31 anni, originario della provincia di Salerno, dovrà risarcire il ministero dell’Istruzione dopo essere stato condannato dalla sezione veneta della Corte dei Conti. Questo individuo aveva lavorato come collaboratore scolastico in diverse scuole utilizzando un diploma rivelatosi falso. Tra il 2017 e il 2019, ha ottenuto incarichi a tempo determinato in due istituti, percependo stipendi regolari.

Le indagini hanno dimostrato che il titolo di studio presentato per l’inserimento nelle graduatorie del personale ATA presso l’Ufficio scolastico regionale dell’Emilia-Romagna fosse falsificato. In particolare, il diploma professionale triennale in ristorazione, dichiarato conseguito nel 2013 presso un istituto paritario del Salernitano, non risulta negli atti ufficiali. I controlli hanno evidenziato l’assenza del suo nome tra i candidati per la sessione d’esame menzionata, la quale, secondo le verifiche, non si sarebbe mai svolta. Inoltre, i membri della commissione hanno smentito la propria partecipazione, disconoscendo le firme sui verbali; il presidente ha anche dichiarato di non essere più in servizio nella scuola nel periodo indicato.

Durante l’inchiesta, sono state sentite diverse persone, tra cui una dipendente dell’istituto e un intermediario, che hanno ammesso di aver prodotto e diffuso diplomi falsi. Altri testimoni hanno dichiarato di aver acquistato titoli senza aver mai frequentato corsi o sostenuto esami. Sulla base di queste evidenze, la Procura ha chiesto il risarcimento dello stipendio percepito. La difesa ha contestato l’accusa, sostenendo che mancassero prove sulla falsità del titolo e sull’eventuale dolo. L’uomo è inoltre coinvolto in un maxi processo presso il tribunale di Vallo della Lucania, insieme ad altri 493 indagati, accusato di truffa e falsità materiale in atti pubblici legate alla formazione delle graduatorie ATA nella provincia di Verona.

La Corte dei Conti ha stabilito che, sebbene la prestazione lavorativa fosse stata ottenuta con inganno e in assenza dei requisiti, fosse effettivamente svolta, sebbene in modo qualitativamente inferiore rispetto a chi era regolarmente vincitore. Questa considerazione è stata accolta dal Procuratore regionale, condannando l’uomo a risarcire il 40% di quanto indebitamente percepito, per un totale di € 16.676,93, più interessi.

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