“Il bandito sono io”: un libro esplora le ultime avventure del leggendario Passatore romagnolo.

Redazione

Immagine a scopo illustrativo. Foto di repertorio o immagine generata mediante intelligenza artificiale.

“Questa non è storia. È il racconto di un’agonia”. Così inizia Il bandito sono me, primo romanzo di Paolo “Fiore” Angelini, previsto per il 6 novembre. Protagonista del libro è Stefano Pelloni, noto come il Passatore, una figura leggendaria e controversa della Romagna ottocentesca, il cui racconto si intreccia con un mondo segnato da miseria, rivolte e tensioni politiche.

La storia si svolge nel 1848, in un contesto di moti rivoluzionari che scuotono l’Europa e con il potere pontificio intento a mantenere il controllo. Da un lato, i salotti liberali discorrono di Costituzione e rivoluzione; dall’altro, le campagne romagnole sono afflitte dalla povertà dei braccianti. In questo scenario si muove il Passatore, a capo di una banda senza regole fisse, imprevedibile sia nella violenza che nella generosità, distante da ogni ideale di giustizia.

Quando falliscono i tentativi di arruolare i banditi nella causa controrivoluzionaria, il Governo affida al capitano Michele Zambelli l’incarico di catturare Pelloni. Inizia così una caccia serrata, durante la quale l’uomo di legge si avvicina al bandito, sfruttando la miseria della popolazione per raccogliere informazioni. Angelini descrive il Passatore come un “villan pazzo” che sovverte le regole di un mondo in crisi, mentre il nuovo non è ancora apparso. La sua esistenza avviene in una terra di confine, tra il potere papale, la presenza austriaca e l’ideale rivoluzionario. Morirà a 27 anni, ma la sua figura continua a dividere l’immaginario collettivo: è un vendicatore degli oppressi o un brutale assassino?

Il romanzo è frutto di anni di ricerche documentarie e letterarie e cerca di restituire l’atmosfera della Romagna di metà Ottocento. I dialoghi in dialetto italianizzato, scelti dall’autore, contribuiscono a dare voce a un’epoca difficile da ricostruire. Angelini descrive l’opera come un western in cui la complessità e l’ambiguità del Passatore rappresentano la rabbia di una generazione che rifiuta l’ordine esistente e accetta le sue conseguenze più dure.

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