Una condanna a quattro anni e undici mesi di reclusione è diventata definitiva per un personal trainer di Riccione, di 49 anni, riconosciuto colpevole di maltrattamenti, violenza sessuale, lesioni personali, percosse e minacce nei confronti della sua ex compagna. La Corte di Cassazione, nella seduta del 22 ottobre, ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla difesa, segnando così la conclusione di una vicenda giudiziaria che era iniziata con la prima condanna nel settembre 2024 e confermata in Appello nel gennaio 2026.
Il processo si è concluso in primo grado il 26 settembre 2024 presso il Tribunale di Rimini, con una sentenza del collegio presieduto dalla giudice Adriana Cosenza e dai magistrati Luca Gessaroli ed Elisa Giallombardo. La Corte d’Appello di Bologna ha confermato la sentenza il 28 gennaio 2026.
Al centro del procedimento vi è stata una relazione segnata da violenze fisiche e sessuali, da minacce e controlli sulla vita della donna. Uno degli atti più gravi si è verificato il 10 novembre 2020, quando un litigio riguardante un abbonamento internet portò a una violenza sessuale. L’uomo impedì alla compagna di andare via, trascinandola in camera da letto e forzandola a un rapporto sessuale, nonostante le sue richieste di fermarsi. Durante l’aggressione, egli esclamò: “Mi sembra di stuprarti”.
Le indagini hanno messo in luce vari comportamenti attraverso cui l’imputato cercava di condizionare la vita quotidiana dell’ex compagna. Questi includevano il controllo del telefono, imposizioni riguardanti l’abbigliamento e limitazioni nelle relazioni con amici e familiari. Inoltre, tentava di controllare quale materiale potesse pubblicare sui social.
Tra gli episodi accertati vi è stata un’aggressione il 12 gennaio 2021, in cui l’uomo spinse la compagna all’esterno dell’abitazione, provocandole una caduta con conseguente frattura sacrale e una prognosi di trenta giorni. Un mese dopo, il 14 febbraio, un’altra aggressione le procurò lesioni al braccio sinistro. Durante il processo sono emersi ulteriori casi di percosse e minacce, tra cui quella di ustionarle il volto con una piastra calda.
La ricostruzione dei fatti è stata supportata non solo dalle dichiarazioni della persona offesa, ma anche da certificati medici, testimonianze, conversazioni registrate e da un diario personale in cui la donna annotava gli eventi della relazione.
La condanna della Cassazione include un risarcimento di 16.300 euro a favore della parte civile.
L’avvocato della donna ha commentato che prima di trovare il coraggio di denunciare, essa temeva di non essere creduta. Ha evidenziato che il processo ha dimostrato come la credibilità non si misuri con la fragilità, ma con la verifica rigorosa dei fatti. La testimonianza è stata sottoposta a un attento esame e confermata da diversi riscontri indipendenti. Questo conclude un capitolo doloroso per la donna, che ha ritrovato fiducia nella giustizia, un obiettivo che all’inizio del percorso sembrava irraggiungibile.