In Romagna, nel 2026, sono stati invitati 882.227 cittadini a partecipare alle campagne di screening anti-tumorali. Di questi, 248.836 sono stati invitati per il seno, 291.268 per il collo dell’utero e 342.123 per il colon retto. A livello regionale, l’adesione per lo screening del colon retto ha raggiunto il 54,6%. Reggio Emilia ha registrato il tasso più alto con il 63%, seguita da Ravenna (58,3%) e Ferrara (56,9%). Bologna si attesta al 56,1%, mentre Rimini presenta il dato più basso con il 48%.
Questi dati sono stati presentati dal vice coordinatore della Rete Oncologica regionale durante la seconda edizione di Piazza Idea 2026, una giornata dedicata alla prevenzione tenutasi a Cesena in piazza Almerici. L’evento è stato coordinato dal direttore dell’Unità Operativa Complessa di Gastroenterologia ed endoscopia digestiva di Forlì-Cesena, insieme ad altri esponenti del settore. Durante la giornata, cinque punti di accoglienza hanno fornito informazioni su nutrizione, prevenzione, preparazione intestinale, sedazione in endoscopia digestiva e colonscopia.
Il cancro del colon retto è il secondo tumore più diagnosticato e la seconda causa di mortalità. Il servizio sanitario dell’Emilia-Romagna offre screening gratuiti alla popolazione tra i 50 e i 69 anni da oltre vent’anni, estendendo dal 2025 il programma anche ai cittadini tra i 70 e i 74 anni.
Coloro che partecipano al programma riducono il proprio rischio di ammalarsi del 33% se uomini e del 21% se donne. Inoltre, il rischio di metastasi diminuisce del 72% tra gli uomini e del 65% tra le donne. Nel biennio 2024-25, il 30% delle colonscopie effettuate in Romagna è stato grazie allo screening. A Cesena, lo scorso anno sono stati identificati 13 casi di cancro e 309 adenomi su 1.067 colonscopie eseguite dopo un test positivo per il sangue occulto nelle feci.
Il sindaco di Cesena ha sottolineato come, nonostante i risultati ottenuti, il vero obiettivo sia raggiungere tutti i cittadini, superando barriere di ignoranza, pregiudizi e timori legati alla comunicazione. Ha osservato che i cittadini tendono a non rispondere a comunicazioni percepite come negative, compromettendo così l’efficacia dei messaggi di prevenzione. In questo contesto, lo screening si configura come uno strumento di eguaglianza democratica.
Per migliorare il coinvolgimento, sono emerse proposte per diffondere il messaggio attraverso canali alternativi come scuole, luoghi di lavoro, farmacie, barbieri e palestre. Si è evidenziato che chi riceve il consiglio da amici, familiari o medici è più propenso a sottoporsi allo screening. Inoltre, il 91% di chi partecipa per la prima volta continua a farlo successivamente. Il programma di screening prevede la ricerca del sangue occulto nelle feci, con colonscopie garantite entro 30 giorni in caso di risultati positivi.
È stato inoltre sottolineato che la spesa pubblica italiana per la sanità è pari al 6,2% del PIL, inferiore alla media europea del 7,1%. Di questa percentuale, solo il 5,3% è destinato alla prevenzione, corrispondendo a un investimento annuale di 127 euro a persona. Tuttavia, la prevenzione porta a un risparmio di 14 euro per ogni euro speso. È stato messo in rilievo che le fasce più vulnerabili della popolazione tendono a partecipare meno agli screening.