Protesta dei professori contro la riforma: “La scuola si finanzia, non si taglia”

Redazione

Immagine a scopo illustrativo. Foto di repertorio o immagine generata mediante intelligenza artificiale.


La Rete per la scuola pubblica della Romagna partecipa alla mobilitazione del 30 ottobre. I docenti esprimono la loro volontà di unirsi a questa iniziativa, sottolineando il loro amore per la scuola e la loro stanchezza nei confronti della progressiva demolizione del sistema educativo.

Essi sottolineano l’importanza di ascoltare e supportare gli studenti che stanno manifestando e occupando le scuole, evidenziando come la loro lotta sia interconnessa a quella degli studenti stessi. È evidente, affermano, che il problema non risiede negli alunni stranieri o nelle teorie di genere, ma nella continua riduzione dei finanziamenti pubblici al sistema scolastico. Questo porta a una scuola sempre più segregata e improntata a logiche aziendali, come dimostra la recente riforma degli istituti tecnici.

In un contesto lavorativo sempre più incerto e precario, si riducono le ore di insegnamento di materia come italiano e inglese, a favore di specializzazioni tecniche vinculate alle aziende locali. Tale situazione limita le opportunità di sviluppo per gli studenti e riduce ulteriormente le ore di insegnamento per un corpo docente già fortemente drenato dalla precarietà. Attualmente, quasi il 30% dei docenti è precario e deve affrontare diverse spese per corsi di formazione ed esami necessari per ottenere un ruolo stabile, il quale, anche quando raggiunto, non garantisce sicurezza a causa delle problematiche del sistema previdenziale e sanitario.

Per far fronte alla perdita di potere d’acquisto, ai docenti vengono proposti aumenti minimi di stipendio e assicurazioni con compartecipazione privata, spesso collegate a aziende con interessi discutibili. In parallelo, si osserva un crescente controllo e repressione nei confronti di studenti e docenti. Le modifiche al Codice di comportamento per i dipendenti pubblici e le nuove indicazioni nazionali del 2025, insieme all’obbligo di consenso informato per l’educazione sessuo-affettiva, introducono una serie di misure che limitano la libertà di insegnamento e costringono i docenti a diventare complici silenti di un sistema educativo retrogrado e discriminatorio.

I docenti affermano di non necessitare di controlli, ma chiedono una scuola pubblica accessibile a tutti, in conformità con l’Art. 3 della Costituzione Italiana. Rivendicano il ritiro del decreto legge che impone un limite al numero di stranieri per classe, affermando che a scuola nessuno è straniero. Richiedono un allontanamento delle imprese private dal sistema scolastico, proponendo l’integrazione di figure professionali come educatori, psicologi e mediatori culturali, con contratti statali e progetti a lungo termine. Infine, chiedono maggiori investimenti nel welfare, in particolare in scuola e sanità, e auspicano l’abolizione della spesa per armamenti, sottolineando che la scuola deve essere finanziata e non militarizzata o soggetta a tagli.

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